SU QUESTO FILM NON SI EFFETTUANO RIDUZIONI DI PREZZO

VIETATO AI MINORI DI ANNI 14

PROGRAMMAZIONE VALIDA DAL 11 GENNAIO AL 17 GENNAIO 

SPETTACOLI : 22:30

Un film di Adam Robitel. Con Leigh Whannell, Lin Shaye, Angus Sampson, Kirk Acevedo, Caitlin Gerard.

Titolo originale Insidious: The Last Key. Horror, Ratings: Kids+13, durata 103 min. – USA 2018. – Warner Bros Italia

James Wan si è dedicato con abilità e sapienza a rivisitare i luoghi comuni dell’horror cercando di modernizzarli e di conferire loro un’estetica attuale e ficcante. Il lavoro fatto con Saw – L’enigmista è stato mirabile per l’innovazione apportata a un sottogenere – quello sui killer seriali – a quel punto davvero esausto per il super sfruttamento cui era stato sottoposto. L’ingegnosità delle trame e la spinta verso il limite – e oltre – della crudeltà mostrata ed esibita hanno creato un connubio di enorme successo che ha generato molti imitatori, più di qualche volta con poco merito (ma questa non è una colpa di Wan). Lo stesso approccio, Wan lo ha tentato senza però particolare successo con Dead Silence, rivisitazione del cinema dei pupazzi diabolici, e con il bronsoniano Death Sentence, crudo e piuttosto irrisolto. Ma questi passi falsi sono stati solo parte di un percorso di affinamento che ha poi portato alla creazione di ben due nuove franchise di grande successo, quella di Insidious e quella generata da L’evocazione – The Conjuring (con l’altra serie spin-off, Annabelle). Entrambe, si dedicano, sotto diversi punti di vista, all’esplorazione di temi per così dire istituzionali dell’horror soprannaturale, con case infestate e spiriti maligni in evidenza.

Insidious, creato da Wan assieme al suo abituale collaboratore Leigh Whannell (con cui ha creato anche la serie aperta da Saw – L’enigmista) riprende elementi da film vecchi e recenti per rielaborarli in modo unitario attraverso una gestione efficiente del racconto, tesa a valorizzare gli aspetti cupi e macabri della storia trattandoli con serietà e plausibilità.

La creazione di un tetro immaginario per un aldilà ben poco desiderabile aggiunge inoltre un particolare e affascinante valore visuale alla storia. La bravura di Wan sta soprattutto nel prendere sul serio la materia che tratta e farla fruttare narrativamente in termini di suspense e di tensione, senza particolari approfondimenti psicologici, ma dando umanità e credibilità ai suoi personaggi, cosa non proprio frequente negli horror. Così gli spunti da Paranormal Activity, Poltergeist – Diaboliche presenze e altri ancora si coagulano in modo efficace nell’unitarietà dello stile senza fronzoli, ma elegante e funzionale, di Wan. Questa capacità di dare spessore ai personaggi e ai loro drammi, rendendo così partecipe lo spettatore, si perpetua anche nei seguiti che, diversamente da quanto spesso accade, portano avanti il racconto più che semplicemente ripeterlo, non presentano cadute di valore e formano un corpus unico di buon livello, pur se senza particolari punte di eccellenza. Il vero problema poteva essere rappresentato dal fatto che il personaggio più interessante – l’amabile medium Elise Rainier – muore al termine del primo film, ma non può evidentemente mancare nei seguiti. La cosa si era in parte verificata anche nella saga di Saw dove il killer con la mania delle morti arzigogolate e crudelissime era sempre dato per malato e morente, ma doveva sempre sopravvivere. In quel caso è probabilmente stato l’insperato e duraturo successo della serie a costringere gli autori a miracoli di continuity per garantire in qualche modo la presenza del killer morente (e poi anche morto).

 

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